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12 settembre 2010
Questa volta l’aereo parte!
Ad aprile, quando la nuvola del vulcano islandese aveva fatto cancellare i voli di mezza Europa, anche noi eravamo rimasti a terra, con tutto il nostro lavoro pronto.
Ma oggi si parte…la Malpensa è come sempre vivace di traffico internazionale. La Polonia ci aspetta.
Un comodo volo e poi due ore di pullman …e siamo a Lublino.

13 settembre, lunedì

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La dott.sa Marta Jablońska del museo di Majdanek ci aspetta alle 8 nella hall dell’albergo per accompagnarci con autobus di linea al campo di concentramento, che da oggi e per quattro giorni sarà il nostro luogo di lavoro.
La dott.sa Jablońska diventerà ben presto per tutti noi “Marta” e sarà per noi una guida, un’interprete e una cara amica.
Visitiamo il campo di concentramento: molti di noi lo conoscono già, ma la realtà spaventosa del lager ci ritorna a poco a poco nelle ossa.
Nella prima baracca ci sono le camere a gas, le uniche rimaste intatte di tutti i lager dello sterminio nazista. Le pareti in cemento, quel buio soffocante, le due porte di ferro ormai arrugginito, lo spioncino, il soffitto basso, quell’azzurrino sul soffitto, segno rimasto indelebile dello Ziklon B: tutto ci cade addosso come un macigno.

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Nelle baracche dell’esposizione mucchi di scarpe, capelli, bambole di bimbi che non giocarono mai più, oggetti sacri e personali, tutto ci viene incontro per non dimenticare.
I forni crematori sono ancora intatti (solo le pareti dell’edificio sono state bruciate) e testimoniano la catena infinita della morte.

immE poi quel fossato dove 18.000 prigionieri ebrei furono gettati dopo essere stati massacrati in un solo giorno, il 3 novembre 1943, in un delirio di sterminio, per rendere la zona di Lublino definitivamente judenfrei, quando anche gli altri campi di sterminio dell’Aktion Reinhard ( Belzec, Sobibor e Treblinka) avevano terminato il loro sporco “lavoro”.
Nel lager si fece posto per altri prigionieri, per altri lavoratori delle industrie di Lublino, tra i quali anche i nostri deportati italiani, che sarebbero arrivati nel campo dal gennaio 1944.

immAncora una foto ricordo davanti all’inquietante monumento che raccoglie e protegge le ceneri dei morti nel lager e poi, lentamente, lungo il cammino segnato dal filo spinato, torniamo al Museo per il pranzo.
Il direttore del Museo, dott. Tomasz Kranz, ci viene a dare il benvenuto e ci augura buon lavoro.
Nel pomeriggio ci aspetta nel Museo la direttrice degli Archivi che ci mostra alcuni materiali e ci illustra il lavoro degli archivisti.
Il tempo passa in fretta e alle 15.30, come tutti i lavoratori del Museo, anche noi ce ne andiamo.
Ci aspetta la visita della città storica e del museo ebraico, molto moderno ed interessante.
Finiamo la giornata con una rilassante passeggiata per il centro di Lublino e poi a piedi raggiungiamo il nostro albergo.
Dopo cena, lezione dei Professori in preparazione della visita di Sobibor e lettura di brani da Gitta Sereny, In quelle tenebre.

 

14 settembre martedì.
Partiamo di buon’ora per il Lager: oggi iniziamo a lavorare.

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Sistemati i computer, arrivano sul tavolo, di quello che sarà il nostro “ufficio”, i documenti che dobbiamo visionare, fotografare, trascrivere.

Ci dividiamo in piccoli gruppi, ognuno si confronta con la storia, inceppando in parole incomprensibili, in elenchi di difficile lettura: stiamo entrando nel lavoro di un Archivio e per noi tutti è la prima volta.
Ci scambiamo documenti per cercare chiarimenti, chiediamo sovente aiuto agli archivisti, che gentili, traducono, spiegano, e portano altri fogli.
Il nostro febbrile lavoro, la serietà del nostro impegno sgela progressivamente l’iniziale diffidenza che (giustamente) gli archivisti di professione hanno nei confronti di studenti inesperti. I documenti sono di fragilissima carta, loro li toccano solo con guanti di cotone bianco; ma poco a poco alle fotocopie si sostituiscono testi in originale in cartelline trasparenti. Li maneggiamo con la massima cura, sono pezzi di storia che emergono straordinariamente dal fango di un lager dopo 65 anni. Ne escono lettere e cartoline postali scritte in un italiano stentato, dalle mogli e dai parenti a coloro che, già incarcerati nel penitenziario di Sulmona, saranno deportati nell’ottobre del ’43 a Dachau e poi a Majdanek.
Una sosta veloce per il pranzo e poi di nuovo al lavoro.
Alle 15,30 usciamo e ci rechiamo in centro città per un po’ di svago.
Dopo cena iniziamo la proiezione della prima parte del film “Fuga da Sobibor” di Jack Gold.

 

15 settembre mercoledì
Partenza alle 8 per Sobibor, con pulmino privato; è con noi Marta che ci accompagnerà per tutta la giornata.
Secondo tempo del film “Fuga da Sobibor”: gli animi sono pronti per immaginare quello che a Sobibor è stato cancellato.
Dopo poco più di un’ora arriviamo a Sobibor: non è stato facile trovarlo, è un lager poco visitato e ci sono scarsissime indicazioni.
Dal bosco di altissimi pini giungiamo infine ad una piccola radura dove finisce un binario.

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E’ il binario della rampa dove scesero centinaia di migliaia di ebrei. E’ la sola cosa originale rimasta, oltre l’inquietante villetta (ancora dipinta di verde, come allora) dove risiedeva il comandante del campo.
Ci aspetta la guida, un omino fragile e dimesso, in sintonia con la semplicità del museo, che è venuto apposta per noi, per accompagnarci nella visita.
Iniziamo dal museo, semplice ma ricco di fotografie: la prima sosta è davanti al plastico che ricostruisce il campo. Sosta doverosa perché fuori di là non c’è più nulla: i nazisti distrussero con cura i campi di sterminio immediato, al termine dell’ Aktion Reinhard, nell’autunno del ’43.

immCamminiamo nel bosco, con un clima umidissimo, con un’angoscia che ci schiaccia: ritroviamo tra i pini altissimi la traccia del “Tubo”, il percorso stretto e obbligato che portava i prigionieri, ormai spogliati di tutto, alle camere a gas.

 

 

 

 

 

immimmCi sono, più in là nella radura, monumenti di epoca comunista, ma che la guida ci spiega non corrispondono ai luoghi della morte. Là in fondo ci indica in un prato gli avvallamenti dove mischiate alla terra ci sono ancora ceneri e ossa. Tutto da scavare.


immPoi per ringraziarci del grande rispetto che i ragazzi hanno dimostrato a quel luogo di morte, ci porta in un posto in cui non porta mai nessuno. Sono le uniche tracce visibili dei confini del campo: qualche filo spinato ancora rimasto intrappolato nei pini: il confine del lager.

immIn silenzio ci avviamo all’uscita: camminiamo su quel binario maledetto dove c’è ancora la scritta un po’ arrugginita della stazione: “SOBIBOR”.
Dopo il pranzo ripartiamo per un lungo tragitto ad ovest di Lublino: arriviamo nel pomeriggio a  Kazimierz Dolny, una vivace cittadina sulla Vistola, testimonianza intatta degli shtetl dei territori orientali.

immBelle case in legno circondano la piazzetta, gioiosa e ricca di negozietti e caffè: saliamo sulla collinetta per godere del suggestivo panorama del tramonto sulla Vistola.
Tante compere, tanta gioia, e ultime belle foto sulla riva del fiume.
All’uscita di Kazimierz, Marta ci porta in un luogo quasi nascosto nel bosco: è il vecchio cimitero ebraico. Suggestivo e inquietante con quelle lapidi vecchissime e ormai abbandonate: la metà della popolazione di Kazimierz era, prima della guerra, ebraica; la furia nazista la cancellò totalmente.

16 settembre, giovedì
Partenza per il lager; riprendiamo il nostro lavoro in Archivio.
Ci giungono i complimenti del personale del Museo che è positivamente stupito del comportamento educato e serio dei nostri ragazzi; confrontano i nostri studenti con le scolaresche degli altri paesi e dicono che non hanno mai visto ragazzi così. Mah!
Per la fiducia accordataci, ci portano dall’Archivio migliaia di schede non ancora visionate e schedate: appartengono a soldati e ufficiali italiani che dopo la fine della guerra furono radunati nel campo prima del rientro in Italia. Ci affidano il lavoro di riordino: i ragazzi lavorano velocemente, fotografano quelle di soldati della nostra città. Un grande grazie da parte degli Archivisti.
Parallelamente procede il lavoro di trascrizione e di controllo delle liste.
Ancora tanto lavoro ci attende e decidiamo di tornare in Archivio anche domani, ultimo giorno.

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17 settembre, venerdì
Il museo, in seguito al permesso per uso didattico concessoci dal Direttore, ci affida le fotocopie dei trasporti che riguardano i nostri deportati e lo scanner dei documenti privati.
Fotografiamo ancora altri documenti molto interessanti.
Il Direttore, dott. Tomasz Kranz, ci viene a salutare e a ringraziarci del lavoro svolto. Ci offre inoltre la sua personale collaborazione e quella dell’archivio per la stesura di articoli per la futura pubblicazione del testo da noi progettato sui deportati italiani a Majdanek.
La fiducia accordataci dal Direttore è per noi il riconoscimento migliore del nostro lavoro.
Salutiamo Majdanek e tutti gli archivisti con cui abbiamo lavorato in questi fittissimi giorni.

Pranzo in albergo e partenza per Varsavia.
Ci attende un lungo ritorno per Torino.
Arriviamo a notte tarda, stanchi ma pieni di gioia per la sintonia che ci ha uniti, studenti e professori, in questi cinque indimenticabili giorni.